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L’acqua nascosta di Maredolce: la grande risorsa dimenticata del parco della Favara

La Favara: quando il nome racconta il paesaggio

Il toponimo Favara deriva dall’arabo al-fawwāra, “la sorgente”. Un nome che non è metafora poetica, ma descrizione precisa di un territorio caratterizzato da emergenze d’acqua, falde superficiali e canalizzazioni.
Qui, ai piedi del Monte Grifone, la presenza di acqua abbondante ha modellato il paesaggio ben prima della costruzione del castello e del grande bacino artificiale medievale .

Un lago artificiale al centro di una rete idraulica

Nel XII secolo, sotto il regno di Ruggero II, Maredolce viene organizzata come residenza-giardino: un vasto invaso artificiale, alimentato da sorgenti e canali, diventa il fulcro di un sistema che coniuga funzione produttiva, piacere estetico e controllo idraulico. Il lago non era uno specchio d’acqua isolato, ma il nodo centrale di una rete: adduzioni, canali interni, opere di sbarramento e deflussi regolati scandivano la vita del parco .

Canali, cunicoli e qanāt: l’ingegneria invisibile

Le fonti e gli studi idrologici indicano che l’area di Maredolce era attraversata da una vera rete di canalizzazioni, in parte superficiali e in parte sotterranee.
Particolarmente significativo è il riferimento a cunicoli di tipo qanāt, gallerie drenanti di origine islamica, capaci di intercettare la falda e trasportare l’acqua per centinaia di metri. Una ricostruzione tecnica parla di un cunicolo lungo circa 400 metri, collegato all’area di San Ciro e ai sistemi di distribuzione della piana .

L’acqua che scorre ancora oggi

Chi percorre oggi il parco può osservare tratti d’acqua che scorrono, pozze, aree umide, soprattutto in determinate stagioni. Non si tratta di anomalie, ma della persistenza di un equilibrio idrogeologico antico.
L’acqua visibile può essere emergenza di falda naturale o residuo di antiche canalizzazioni o deflusso regolato secondo logiche di bonifica che ricalcano tracciati storici.

Anche se molte sorgenti sono state captate per l’acquedotto pubblico tra XIX e XX secolo, Maredolce continua a “restituire” acqua al suo paesaggio .

Il tema dei pozzi: tra percezione e realtà

All’interno del parco e nell’area circostante sono documentati pozzi legati alla falda, utilizzati storicamente per usi potabili e irrigui. Tuttavia, non esistono fonti che attestino la presenza di un pozzo monumentale isolato come elemento architettonico autonomo.
Spesso ciò che viene percepito come “pozzo” è in realtà un’emergenza sorgiva, una bocca di falda o un punto di raccolta naturale, coerente con la morfologia del sito e con il significato originario della favara .

Una risorsa per il presente

La vera domanda oggi non è solo storica, ma culturale e politica: che ruolo può avere l’acqua di Maredolce nel progetto del parco contemporaneo?
Riconoscere, studiare e valorizzare questo patrimonio idrico significa restituire senso al luogo, immaginando un parco che non sia solo area verde, ma paesaggio storico vivente, capace di raccontare come l’acqua abbia costruito Palermo prima ancora delle sue architetture.

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Francesco Pintaldi

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