Storia del castello

Dopo due secoli e mezzo di dominazione araba e cinque mesi di assedio, Roberto il Guiscardo e Ruggero di Altavilla, presa Palermo nei primi giorni del 1072, si divisero << lo palaiz ef les chozes qu’il trovèrent fors de la citè>>. A Roberto << li jardin deleetoz, pleins de frutte et de eaue>>, a Ruggero <<li choces royals et paradis terrestre>>. La pianura che circonda la città, chiusa dai monti e aperta al mare, nelle parole franco latine di Amato di Montecassino, si presentava ai conquistatori normanni con un paesaggio che confermava una fama fondata su caratteri naturali ed estetici e accresciuta dal lavoro umano che aveva modificato alcuni limiti ambientali per aumentare le possibilità e le qualità insediative.
Una reputazione antica, testimoniata già nel IV secolo a.C. da Callia << il territorio di Palermo in Sicilia si denomina tutto il giardino per essere interamente pieno di alberi coltivati>> arricchita dal susseguirsi di testimonianze di studiosi, viaggiatori, artisti e letterati, celebrata dal XV secolo con il nome di Conca d’Oro e ritenuta da Fernand Braudel unica, tra le campagne mediterranee, degna dell’encomio di paradisiaca.
Specifica, lo storico francese, <<che tale miracolo è stato operato grazie al condizionamento delle acque>>. Fa riferimento al superamento del principale limite agronomico derivante dalla diffusa presenza di acquitrini, paludi e suoli poco fertili, perché asfittici per ristagni e soggetti alle carenze idriche di un “periodo secco” che, in assenza di piogge, dura da maggio a ottobre. Per giungere all’affermazione di orti e frutteti, nell’abbondanza e nel rigoglio che sono propri dei giardini e all’immagine consolidata di <<area di antico e quasi mistico predominio dell’albero> >, sono stati necessari interventi di bonifica che hanno riguardato il controllo delle acque, e tecniche che ne hanno consentito ampio ed efficiente uso estivo.

In questo modo si è resa possibile la coltivazione di frutteti e orti – i sistemi colturali che meglio valorizzano suoli fertili e irrigui – attraverso un percorso che è esito complesso di arti, saperi e tecniche con radici nelle diverse civiltà mediterranee. Il contributo più importante è arrivato dalla “rivoluzione agricola araba”. Con essa, all’eredità agronomica che risaliva ai tempi dei romani, prima ancora punici e, per contiguità territoriale, greci si aggiungeva quella dell’universo islamico, ricco di culture scientifiche, saperi tecnici, organizzazioni sociali, patrimoni genetici, alimentato dalla scienza cinese e indiana, daigli antichissimi saperi della Mesopotamia e della Persia, dall’esperienza africana, dalla sapienza idraulica egiziana, dalle scuole agronomiche di al-Andalus.


Il successo del modello agricolo della rivoluzione araba – che sarebbe meglio definire islamica per la pluralità delle culture agronomiche che la definiscono – non si è manifestato solo con l’introduzione, che pure è avvenuta, di nuove o perfezionate tecnologie nel settore dell’irrigazione, né con la diffusione di specie o varietà agrarie idonee ad una maggiore intensificazione colturale o all’ampliamento del calendario produttivo nei mesi estivi.

La radicale innovazione è risieduta in una visione olistica dell’agroecosistema, cui partecipava l’affermazione di un nuovo assetto fondiario ed una fiscalità che favoriva l’incremento della produttività del lavoro e della terra, all’interno di uno “spazio idraulico” nel quale diverse tecnologie (macchine e manufatti, sistemi del suolo, rotazioni, consociazioni, colture) concorrevano nell’utilizzare al meglio l’acqua, differenziando nel tempo e nello spazio le produzioni, collegando in sistema le diverse funzioni irrigue, energetiche, microclimatiche, estetiche

In periodo arabo, il paesaggio palermitano si mostrava ricco di orti e frutteti regolarmente irrigati.

Al-Muqaddasi, che visitò la città nella seconda metà del X secolo, scrive che <<la circondano sorgenti e canneti […] i mulini sono numerosi nel suo mezzo e abbonda essa di frutta e di produzioni (del suolo) e d’uva>>.

Più ricca di notizie la descrizione di Ibn Flawqual, che fu a palermo intorno al 972: il territorio, illustrato nel dettagli, è abbondante di orti, vigneti e frutteti e <<la maggior parte dei corsi d’acqua […] è utilizzata per annaffiare i giardini>>. La peculiarità del paesaggio è, quindi, nella grande disponibilità di fonti idriche e nel loro impiego per colture che la valorizzano.

E’ possibile che il paesaggio descritto da Ibn Flawqual, in accordo con le parole di Amato di Montecassino, fosse arricchito da parchi e palazzi, fino a supporre l’esistenza di <<una reiserva emiralw molto estesa>>, ma perchè Palermo acquisisca quel carattere di città giardino che resterà nel tempo, bisognerà attendere i normanni.

Le attenzioni culturali dei nuovi regnanti venuti dal nord della Francia, che non sono portatori di particolari conoscenze o esperienze agricole nè paesaggistiche, si manifestano nella volontà di adottare il modello orientale, favorendo il mantenimento del sistema agricolo di epoca araba e valorizzandolo con parchi dotati di laghi e canali, padiglioni di piacere e zone ombrose, giardini di fiori e frutti. Il paesaggio manifesta la grandezza e l’autorevolezza del nuovo potere sugli uomini e sulla natura.
Agli interessi privati dedicati al soddisfacimento del piacere, si sommano le ragioni politiche che provengono dalla manifestazione di forza e di dominio che giunge dal controllo di spazi naturali e selvatici, nudi, aridi o disordinatamente boscosi quando appaiono addomesticati e disegnati nei limiti di un giardino o di un parco, e da un paesaggio e uno stile di vita parte della cultura degli arabi sottomessi.

I grandi parchi erano spazi multifunzionali. Vi si svolgevano feste e spettacoli, si banchettava, si amoreggiava, si cacciava. Avevano anche funzione di produzione agricola e di controllo e distribuzione dell’acqua, di osservazione botanica e agronomica, di meditazioni scientifiche e filosofiche. Erano luoghi dove <<gli affari si mischiano al piacere, alla scienza alle arti>>.

I parchi reali diventano elementi ordinatori del paesaggio non solo nei fertili spazi periurbani ma fino alle pendici delle montagne. La Conca d’Oro normanna è un mosaico di grande complessità ecologica e fascino estetico, con campi coltivati – in asciutto e in irriguo, frequentemente in coltura promiscua ma con piccoli appezzamenti specializzati – contigui a tratti di vegetazione boschiva e ripariale, acquitrini e paludi. Una rete di canali e bacini percorre la campagna che, nelle parti più intensamente coltivate e prossime alle città, appare punteggiata da alberi isolati e da piccole architetture rurali, con muretti e siepi che cingono spazi chiusi. Un paesaggio che rinvia a quello classico del <<giardino mediterraneo>>, che con le innovazioni arabe e i parchi normanni, si arricchisce di nuove tecniche, colture, manufatti per il lavoro e il piacere.

Palermo nel 1139, per al-Idrisi, <<abbonda di alberi da frutta […] e dentra la cerchia delle mura che tripudio di frutteti, quale magnificenza di ville e quante acque dolci correnti, condotte in canali dai monti>> e per Ibn Gubayr, che la visita tra fine 1184 e il 1185, <<superbisce tra le sue piazze e le sue pianure che son tutte un giardino […] . I plagi del re ne accerchiano la gola della città come i monili il collo di donzelle dal petto ricolmo>>. E’ la città del Viridarium Genoard (dall’arabo Jonnat al-ard, paradiso terrestre) raffigurato negli essenziali caratteri paesaggistici in una miniatura del 1195 del Liber ad honorem Augusti di Piero Eboli. Al suo interno, entro confini incerti, la Zisa, la Cuba e la Cuba soprana, l’Uscibene, sorti nella seconda metà del XII secolo.

Il Genoardo è, temporalmente, preceduto dalla Favara, che sarà nota anche come Maredolce, il più antico tra i parchi normanni palermitani. questo presenta confini il regolari, è dotato di un grande specchio d’acqua di forma non geometrica, è aperto alla vegetazione spontanea e alla caccia più di quanto lo siano i parchi giardini del Genoaardo inquadrati nell’architettura con bacini artificiali e la forma ben definita.